Braccia rubate all’agricoltura

Orto

Quante volte può capitare di sentir dire quella frase nell’arco di vita di uno sviluppatore. Spesso e volentieri ci si trova davanti a colleghi poco scafati o, peggio ancora, molto scafati, che davanti a un problema le provano tutte, tranne quella buona.

Braccia rubate all’agricoltura. Come se l’agricoltura fosse un lavoro da ignoranti, da vili. Eppure non è così. Cimentandomi nel fare l’orto in casa mi rendo conto di quanti parallelismi esistono tra il fare l’orto e costruire il software.

Cominciamo dal quando: l’orto va iniziato nel momento giusto, molto prima della semina. Non è che uno trova un pezzo di terra, ci butta dentro due tre semi e si trova le verdure imbustate da mettere in frigo. C’è molto lavoro da fare prima di poter anche mettere un seme. Proprio come nel software. Non è che uno ha un’idea, trova due-tre programmatori e poco dopo esce il software con tanto di scatola. Tocca tener conto di una lunga serie di passaggi.
Prima anche solo di cominciare bisogna valutare se è il momento giusto. Se uno inizia l’orto a dicembre… beh è difficile che cresca qualcosa in tempi brevi! Bisogna tener presente il periodo climatico, il tipo di ortaggi desiderati, la quantità desiderata. Proprio come bisogna fare una valutazione di quello che si desidera dal software e dei tempi desiderati per poter ottenere qualcosa di fruibile, delle persone a disposizione.
Nell’orto bisogna preparare il terreno, disossando. Questa è la prima fase, e devo dire che è la più faticosa. Proprio come è più faticosa la prima fase dello sviluppo. Quando le idee sono poco chiare, dove nelle grandi aziende entrano in campo gli analisti, che devono andare a schiarire il campo di visione. Togliere il superfluo, come si tolgono le pietre. Separare i concetti, come si separa la terra dalle erbacce e dalle radici. Individuare i problemi più grossi e dare le indicazioni giuste per risolverli, come si rompe la terra dura, per dare spazio alle radici delle piante.
Poi il terreno va livellato, per fare in modo che l’acqua scorra nel verso voluto, senza troppi impedimenti. E qua entra in gioco la pianificazione della produzione. Non a caso la chiamavano waterfall! E non a caso il waterfall può funzionare solo se c’è dietro una grande preparazione, che preveda in anticipo gli impedimenti.
Poi il terreno va solcato, e le piante vanno spiantate con criterio, in modo tale che abbiano spazio a sufficienza per crescere. Proprio come il software va modularizzato, dando spazio per la sua evoluzione. E non va dimenticato che tra le piante ci deve essere abbastanza spazio per poterci passare in mezzo. Proprio come nel software le interfacce devono avere respiro, per poterle comporre e tenerle d’occhio mentre, inevitabilmente, cambiano.
Mentre le piante crescono, bisogna tener conto del giusto equilibrio tra fertilizzante e acqua, che va data con regolarità, senza esagerare. Anche qui il parallelo con l’impegno delle persone che ci lavorano. Troppo lavoro porta a compiere errori, come troppa acqua o troppo fertilizzante brucia le piante. Lo stato delle piantine va tenuto d’occhio, ed eventuali parassiti gestiti, come i bug che irrimediabilmente si presenteranno.

Infine, il lavoro all’orto cambia qualità quando c’è una bella squadra dietro, figuriamoci il lavoro sul software! C’è chi pensa che parlare con le piante le fa stare meglio. Qui ho i miei dubbi, ma non ho dubbi sulla necessità di parlarsi tra le persone che fanno parte della squadra. (Grazie Paolo!)
Teamwork

Quanto ci vuole poi per arrivare al raccolto? L’agricoltore sapiente sa: il tempo che ci vuole. E cercare di fare prima porta a frutti senza sapore. O a software che non “funziona”.

Più che braccia rubate all’agricoltura, forse ci vorrebbero braccia che hanno praticato l’agricoltura…

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